Ferma la musica, che il silenzio adesso sa parlare

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“Ferma la musica, che il silenzio adesso sa parlare”

Così, prima di un allegro fischiettare seguito dal ritornello finale, canta Ultimo nel suo (Il) Ballo delle incertezze – che ha vinto nella sezione Giovani di Sanremo 2018. Non ho intenzione di parlare di musica, meno che mai di parlare di musica pop. Semplicemente questa frase mi piace molto, perché è come mi sento a volte, è come credo che a volte dovremmo sentirci tutti, è come a volte credo che sia necessario sentirsi per apprezzare veramente ciò che ci circonda.

Di recente sono tornato in contatto con il Manifesto della comunicazione non ostile di Parole O_stili (se non lo conosci, consiglio di leggerlo con attenzione, e riflettendo), e come la prima volta mi è rimasto impresso il decimo punto:

10. Anche il silenzio comunica

Quando la scelta migliore è tacere, taccio.

Il punto di partenza è questo: non sempre è necessario esprimere qualcosa, proprio perché non esprimersi attivamente consiste a sua volta in un’espressione (“Non si può non comunicare”, Watzlawick, 1° assioma della comunicazione). Trovo fastidiosa la volontà di dover sempre e comunque dire la propria, anche con la consapevolezza di non sapere un cazzo di ciò di cui si parla. Il troppo toglie profondità, toglie qualità. Dovremmo cercare di essere più essenziali in ciò che scegliamo di dire, di puntare più alla qualità che alla quantità, di essere coerenti con le tematiche di cui ci occupiamo, e ogni tanto trovare la forza di stare in silenzio e ascoltare. Non avere paura del silenzio, non percepire imbarazzo nel silenzio, ma imparare ad apprezzarlo, a goderne.

Devo dire la mia ad ogni costo

È un meccanismo che è presente, secondo me amplificato all’ennesima potenza, sui social media – ma và?!. È facile, esagero, sentirsi in dovere di dire qualcosa, e il principio è talvolta anche nobile (sentire la responsabilità di divulgare contenuti per renderli disponibili agli altri), ma ovviamente tra teoria e pratica c’è molta distanza. Poi c’è anche il discorso dell’infrastruttura, che rende semplicissimo condividere qualcosa, basta premere su un bottone – poi chi se ne frega se è una bufala. E quindi premiamo condividi/retweet con grande leggerezza, che tanto non costa nulla.  E finiamo ad avere timeline di cose che a noi, magari, non importano proprio per niente, giusto perché tanto non costa nulla, senza un minimo di cognizione.

Devo avere i like ad ogni costo

Poi c’è anche il fatto di avere i like, di pubblicare con costanza per migliorare le performance dei contenuti, e poi ad un certo punto dico anche che – scusate il francese – ‘sti grandi cazzi. Non ho niente da dire? Sto zitto. Non ho la performance migliore? Non è sicuramente pubblicando X volte al giorno che si ottengono migliori performance: quelle si ottengono con i contenuti veramente di qualità, e soprattutto con interazioni con gli altri genuine. Voglio pubblicare ogni giorno? Devo trovare qualcosa che per me sia veramente importante e su cui voglio spendere il mio tempo a confrontarmi con gli altri, al punto da avere tutti i giorni il mio tempo. E non solo per premere su condividi su un post su Facebook.

Vediamo questo ultimo caso. Può capitare di avere dei giorni, dei periodi in cui non si ha niente da dire. In questi periodi meglio mille volte tacere, che dire (pubblicare) qualcosa giusto per farlo. E vaffanculo all’algoritmo – pardon, un’altra volta –, che mi penalizzi se è programmato per farlo, ma almeno avrò la consapevolezza di aver fatto una cosa per il piacere di farla, non perché tanto non costa nulla. Perché non costa nulla nemmeno non condividere ogni minima sciocchezza, frenare il pollice, una volta tanto.

E poi ascoltare, pensare, leggere, riflettere, fa bene

Il silenzio sa parlare. Il mio silenzio sa parlare perché mi fa ascoltare me stesso e mi fa ascoltare gli altri. Mi fa riflettere e mi fa capire che a volte correre tanto non serve a niente, e che non è (sempre) una gara. Che magari è meglio pensare prima di compiere un’azione, a ciò che di correlato c’è stato in precedenza, a quello che consegue. A volte è più bello sentire/leggere ciò che hanno da dire gli altri, riflettere, magari approfondire un aspetto, che correre a dire la propria per il piacere di farlo. A volte, anziché cercare qualcosa di nuovo seguendo un’accelerazione che comprende tutto, è più bello (e giusto) rallentare, pensare a ciò che già esiste, riflettere sulle diverse potenzialità. Meno, ma meglio.

Lo spettacolo non deve per forza continuare, non sempre. Anche il suo fermarsi ha un significato, un senso, talvolta più del suo andare avanti. “Ferma la musica, che il silenzio adesso sa parlare”.

 

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