5 prodotti viaggio lavoro uomo

5 prodotti di elettronica per uomo durante un viaggio di lavoro

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Questo post è pensato per tutti gli uomini che spesso si trovano a fare viaggi di lavoro di breve durata. Una riunione, un evento di pochi giorni, sono diverse le ragioni per cui può capitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Breve tempo però non significa farsi trovare impreparati, perché sono davvero tanti gli uomini che ci tengono alla precisione e al loro aspetto, più che mai sul lavoro, senza perdere di vista elementi personali come il monitoraggio delle proprie attività. Ecco perché ho scelto di scrivere un post sui 5 prodotti di elettronica, più o meno hi-tech, che un uomo dovrebbe avere con sé durante un viaggio di lavoro. Ho scelto di lasciare perdere i dispositivi in sé come computer portatili e smartphone, perché molto spesso il possesso di questi è scontato.

Vedremo nell’ordine: batteria esterna, fitness tracker, regolabarba/capelli, regola peli per naso/orecchie/sopracciglia (Panasonic tagliapeli per il naso), asciugacapelli da viaggio. Alcuni sono abbastanza comuni, altri meno, e a volte si tende a dare per scontata la loro presenza, magari, nel luogo di pernottamento.

5 prodotti di elettronica per lui in un viaggio di lavoro

Il primo prodotto, come già accennato, è la batteria esterna. Essenziale averne una, perché quando si è lontani dalla propria città e dalla propria routine è facile perdere il senso dell’orientamento e delle distanze, fare tardi, rischiando di restare magari senza batteria sul proprio smartphone (che magari serve proprio per le mappe e ritrovare la strada di casa). Io uso da un paio d’anni una batteria esterna Varta da 16000 mAh. È un po’ pesante ma molto capiente, e ha resistito molto bene a diversi bagni sotto la pioggia.

Secondo prodotto sempre in ambito tech è un fitness tracker, per tenere sotto controllo il proprio corpo e l’attività svolta anche durante un viaggio di lavoro. Ho avuto modo di provare qualche mese fa il TomTom Touch, abbastanza economico e funzionale, unica pecca il display un po’ facile da graffiare.

varta powerpack family
Fonte immagine: acareddu.it

Proseguendo troviamo tre prodotti che sono più che altro dedicati alla cura di sé. Soprattutto in occasione di incontri, riunioni ed eventi in cui si vuole fare una buona impressione, per molti uomini è fondamentale sentirsi curati e in ordine, senza un capello fuori posto. Ecco perché possono essere utili prodotti di elettronica come regolabarba/capelli (ormai essere sbarbati è sempre più raro) per rendere uniforme la propria barba, definirne le forme, e fare altrettanto con i dettagli dei propri capelli. Ancora, regola e tagliapeli per naso, orecchie e sopracciglia, per tutti coloro a cui non piacciono peli evidenti in questi punti del viso. Infine, il più classico dei prodotti di elettronica da viaggio: l’asciugacapelli. Spesso si crede che questo possa essere presente nell’hotel/b&b/AirBnb in cui si pernotta, prendendo una bella fregatura. Un piccolo fon da viaggio può, in questi casi, rivelarsi molto utile.

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Instagram: dal testo a più annunci nelle Stories, sino alle videochiamate

Instagram Stories sempre più varie e redditizie

Instagram è da parecchio tempo la piattaforma più interessante per la creazione di contenuti. Lo è stato ancora di più dall’introduzione, nel 2016, delle Instagram Stories, praticamente la clonazione di Snapchat. Proprio i contenuti temporanei sono molto interessanti e riscuotono un aumento costante di successo, catturando l’attenzione di tutti, aziende comprese (proprio per i business da poco è possibile programmare i post). Sono sempre di più le funzionalità delle Stories, dai Boomerang al Superzoom, sino alle più recenti possibilità di creare contenuti completamente testuali e di utilizzare GIF all’interno delle proprie storie.

Nelle Instagram Stories, infatti, da pochi giorni è apparsa una nuova funzione nella parte bassa – quella dove si accede proprio alle varie Normale, Passo uno, Superzoom, ecc. – chiamata testo. Si tratta della possibilità di creare una storia fatta di solo testo, un testo che però può essere fortemente personalizzato. Non è quindi più necessario pubblicare una foto o un video, ma è possibile utilizzare uno degli sfondi sfumati presenti di default per la creazione di testi con diversi stili: Moderno, Neon (un corsivo fluorescente), Macchina da scrivere, Grassetto. Gli amanti della scrittura saranno estremamente felici di questa nuova funzionalità.

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Le Stories sono però anche sempre più redditizie. Sino ad oggi le aziende sono state abilitate a creare post di questo tipo pubblicitari, ma con la possibilità di pubblicare un solo contenuto: una sola foto o un solo video. Come riportato però di recente dal blog Business di Instagram, è stato annunciato le aziende saranno da ora in grado di aumentare i contenuti pubblicitari nelle Instagram Stories, che passeranno ad un massimo di tre contenuti temporanei di seguito, tre slide sponsorizzate da uno stesso advertiser.

Esperimenti sempre presenti

Ovviamente per la piattaforma non mancano nemmeno gli esperimenti per le nuove funzionalità. Anche la scrittura con modalità diverse è stata in fase di test in alcuni paesi, prima di essere distribuita su scala globale. Ora però, come riportato da TechCrunch, in test ci sarebbe una funzionalità ancora più interessante: la possibilità di effettuare videochiamate via Direct. La motivazione non è molto chiara, se non il chiaro cercare di trattenere il più possibile gli utenti all’interno dell’app. Nonostante ciò, utilizzando più la messaggistica, si potrebbe assistere ad un calo nel tempo passato sul feed, e quindi, a meno visualizzazioni per gli annunci pubblicitari, a cui corrisponde un calo nei guadagni.

Non sono arrivate conferme da Instagram sul test della funzionalità, ma è possibile che in merito possano circolare nuovi rumors già nelle prossime settimane. Secondo voi avrebbe senso introdurre le videochiamate su Instagram? Perché? Rispondete qui sotto con un commento o scrivetemi la vostra opinione! 🙂

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Fare o non fare, non c’è provare. Cosa si capisce dal fallimento Pastore

Lo ammetto: non ho mai visto Star Wars, nemmeno uno dei film, nemmeno un pezzetto per errore. Sono sempre stato spaventato dal trattarsi di molti film, sino a una decina di giorni fa. Ho iniziato a vedere i film nell’ordine classico di produzione e devo ammettere (sono arrivato al Capitolo II) che si tratta per ora probabilmente della saga più riuscita che abbia mai visto, se parliamo solo della trilogia IV, V, VI, posso anche togliere il probabilmente.

Sarà banale, ma la frase che mi è rimasta più impressa di tutti questi film è del Maestro Yoda: “Do or do not, there is no try.”. Fare o non fare, non c’è provare. La vicenda Inter – Pastore degli ultimi giorni mi ha fatto pensare a queste parole, e credo che siano perfette per descriverla, per provare a rappresentare lo spaccato di una società in cui nemmeno i dirigenti sanno quello che devono o possono fare.

Mancano poche ore alla chiusura del mercato e con ogni probabilità Pastore resterà al PSG, e credo che sia una grande beffa per i tifosi, per l’allenatore, per la squadra, per la dirigenza. Una grande beffa è riduttivo, diciamo pure una grande figura di merda. Non tanto per l’esito negativo – non è la prima volta che non si riesce a comprare un giocatore e non sarà l’ultima – ma per come questo è arrivato. Inizialmente solo una suggestione, Sabatini e Ausilio hanno fatto innegabilmente un ottimo lavoro: hanno lavorato su agente e società, convincendo entrambi che l’Inter sarebbe stata la scelta giusta, e Pastore sarebbe stato protagonista, riuscendo a convincerli, anche sulla formula. Il PSG non era molto favorevole al prestito con diritto, così ha cercato di avere un prestito molto oneroso (si parla di 7 milioni di euro) come una sorta di cauzione per l’acquisto estivo.

È stata necessaria poi l’approvazione della proprietà, e l’esito è stato un bel no. Il prezzo è troppo alto. La ragione, verosimilmente, è il Fair Play Finanziario, e questo non si mette in dubbio. Gli interrogativi sono però tanti: come è possibile che non si sia previsto che per il prestito senza obbligo di riscatto sarebbe stato necessario pagare qualche milione di euro? Davvero ci si aspettava un prestito gratuito con diritto di riscatto? Già che ci siamo perché non pensare che magari in caso di prestazioni insoddisfacenti il PSG avrebbe pagato l’Inter per il disturbo, o che Pastore avrebbe rinunciato all’ingaggio se l’Inter non fosse arrivata in Champions League. E soprattutto, se la situazione è stata prevista, la domanda è perché sia andata avanti ugualmente.

Yoda detta legge. Fare o non fare, non c’è provare. Se non si possono spendere soldi non ha senso intavolare trattative con chi senza soldi non fa muovere foglia (giustamente). L’unica spiegazione possibile è quella che vede una società fortemente divisa, una società in cui non c’è comunicazione tra proprietà e dirigenza. Meglio immaginare che sia così, perché se comunicazione c’è, il problema è ancora più grave. L’unica spiegazione che trovo è che la proprietà sia stata vaga, lasciando libertà alla dirigenza rispettando alcuni paletti: niente obblighi di riscatto, niente acquisti a titolo definitivo, non si può fare. Il problema è che poi la dirigenza in questo modo si è mossa: eh no, ma il prestito è troppo costoso.

Manca una chiara idea della situazione: la squadra arranca, ha bisogno di personalità e giocatori di spessore ed esperienza, non di scommesse e prospettive, non un altro Karamoh o Gabigol. Un giocatore come Pastore non si prende in prestito gratuito con diritto di riscatto. Fare o non fare, non c’è provare. Non c’è provare a prendere un giocatore di alto livello e non essere disposti a sfondare di qualche milione il budget previsto. Il problema è se mai sia stato previsto questo budget, visto che le cessioni di Nagatomo e Joao Mario sono stati sacrifici abbastanza inutili. Una rosa già corta è ancora più corta. Un centrocampo già smarrito ora ha anche perso quei pochi pezzi: vogliamo parlare dello spirito che avrà d’ora in avanti Brozovic, già seduto sul volo privato verso Siviglia e fatto scendere al momento del decollo?

Fare. O non fare. Non c’è provare. Serve un centrocampista, si compri un centrocampista. Servono due centrocampisti, se ne comprino subito. Budget per il prestito = X. Questo non si può superare. Eppure questa semplice chiarezza non deve esserci stata, a giudicare dai fatti. Per non parlare dei danni d’immagine alla società, per cui basta visitare il profilo Instagram di Zhang Jr e leggere i commenti. I tifosi non sono molto contenti della vicenda. Per i tifosi 7 milioni di euro sono spicci, che una società, per un giocatore come Pastore e dopo giorni di cantilena, deve pagare. La figura di merda fatta con il giocatore, che si è esposto pubblicamente. La figura di merda fatta con l’agente. La figura di merda fatta con il club. Tutti ad aspettare una decisione. Due giorni di trattativa in standby in attesa della risposta della proprietà. Ma ci vorrà così tanto per dire si o no? Meno rumore, meno chiacchiere, meno volontà di portare l’Inter in cima al mondo, più volontà di fare qualcosa di concreto. Un po’ di rispetto per le migliaia di persone che ogni domenica vanno allo stadio e gioiscono e soffrono, ma non pagano certamente per essere illuse dalle persone a cui danno i loro soldi.

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Fake news e priorità agli utenti: perché Facebook potrebbe favorire le notizie false

Questo post potrebbe essere composto da poche righe. Gli utenti hanno dimostrato in larga scala (elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016) di non essere in grado di distinguere contenuti autentici da fake news, e Facebook annuncia la volontà di dare priorità ai contenuti degli utenti e che saranno loro stessi a determinare l’attendibilità di una fonte: è uno scherzo? Se è evidente il problema delle persone nella comprensione della verità, perché affidare a loro la determinazione della stessa? Non è un po’ un autogol?

Cosa ha fatto Facebook, da Trump ad oggi, in materia di fake news

Oggi scorrevo le notizie tech sul mio profilo Feedly, e ho visto un post di Violet Blue su Mashable, dal titolo molto interessante: “Facebook’s fake war on fake news”. Proverò a riassumerlo rapidamente ma consiglio di leggerlo, perché è pieno di link ai post precedenti di riferimento e ai provvedimenti di Facebook nel tempo.

Il post ripercorre l’ultimo anno e mezzo di Facebook nella lotta alle fake news, tema scoppiato dopo l’elezione di Trump nel novembre 2016. Dopo le presidenziali, nonostante fossero stati ricevuti avvertimenti da parte del governo degli USA sulla diffusione delle fake news e dell’influenza sugli elettori di questa propaganda, Zuckerberg ha negato il fatto, affermando che il 99% dei contenuti su Facebook fosse autentico.

facebook fake news
Fonte immagine: Tumisu https://pixabay.com/it/users/Tumisu-148124/

Poi, nel 2017, il casino: si verificano in tutto il mondo episodi di violenza razzista legati direttamente a fake news diffuse su Facebook. In risposta, Facebook decise di introdurre la possibilità di segnalare le fake news e un’etichetta (Disputed) attestante l’analisi della notizia da parte di organizzazioni selezionate da Facebook e che la stessa potrebbe essere non affidabile. In pratica determinate organizzazioni in partnership con Facebook effettuano fact-checking. La velocità del controllo però non era per niente ottimale, e in più l’etichetta poteva anche essere il classico bottone rosso da “non premere” che però ti viene voglia di premere, e premi.

Ad aprile 2017 Facebook afferma che in generale le fake news su Facebook sono diminuite. Ma non fornisce dati in merito, perché “È difficile per noi, perché non possiamo leggere ogni post pubblicato.” (traduzione mia). A luglio 2017 ricercatori di Oxford affermano che la propaganda in rete è oggi tra gli strumenti più potenti contro la democrazia, e Facebook ha un importante ruolo in merito.

Ad agosto 2017, Facebook annuncia che impedirà alle pagine che pubblicano notizie false di utilizzare la piattaforma per sponsorizzare post. Nonostante nei mesi Facebook abbia sempre cercato di minimizzare in fenomeno fake news, dietro interrogazione del congresso, Facebook ammette a settembre il ruolo della propaganda russa e l’utilizzo dell’advertising di Facebook per influenzare le elezioni del 2016. Nello stesso mese le organizzazioni che in passato diedero disponibilità per il fact-checking affermano che Facebook ha rifiutato di condividere con loro qualsiasi dato in merito alle attività, rendendo impossibile comprendere l’efficacia (o l’inefficacia) dell’attività stessa.

Dicembre 2017. Un anno dopo l’introduzione dell’etichetta Disputed, Facebook afferma che questo stesso strumento non è efficace. Così lancia gli articoli correlati, per favorire le fonti alternative, ma in realtà non è stata proprio una moss che ha migliorato la situazione fake news. Questo è tutto, o almeno è stato tutto sino a pochi giorni fa.

Priorità agli amici a discapito delle pagine

Pochi giorni fa il post su Facebook di Zuckerberg che tanto ha fatto parlare. Facebook darà priorità ai post degli amici rispetto a quelli delle pagine, a quei post più coinvolgenti. Facebook vuole aumentare la qualità dei contenuti e del tempo che ci passiamo. Ma in tema di informazione e fake news, praticamente, vedremo sempre meno contenuti pubblicati da media e organizzazioni, e più contenuti che, verosimilmente, andranno a rafforzare le nostre convinzioni. Meno varietà, sempre più forza all’echo chamber. La diffusione delle notizie false potrebbe essere molto forte con il cambiamento annunciato da Zuckerberg e che vedremo in pratica nei prossimi mesi.

In più, ancora più di recente, un altro annuncio (fonte Wired): Facebook farà segnalare agli utenti le fonti che ritengono attendibili. Perché Facebook non si sente a proprio agio decidendo cosa è affidabile e cosa no, né nel chiedere agli esperti, che non risolverebbero il problema dell’obiettività delle informazioni. Così, torniamo al problema iniziale. Io ti conosco, so per certo che non sai guidare una macchina standoci da solo dentro, allora decido di farti guidare, e che la tua guida influisca anche come guidano gli altri. Tutto logico, no?

lisandro lopez inter

Lisandro Lopez: l’importanza di essere un argentino all’Inter

Lisandro Lopez è a un passo

Mercato di gennaio già (quasi) a metà, e ad oggi nessun affare, per l’Inter, è stato ufficializzato. Un primo acquisto, nel ruolo in cui la squadra ha più carenze, sembra però essere molto vicino – visite mediche prenotate per lunedì e presentazione ufficiale nei giorni successivi secondo Gazzetta. Si tratta di Lisandro Lopez, difensore centrale classe ’89 che arriverebbe sempre secondo Gazzetta in prestito per 500 mila euro e con diritto di riscatto a 9 milioni. Chiunque abbia seguito la prima parte di stagione si sarà reso conto delle evidenti lacune nella rosa Nerazzurra in quella posizione: segnali abbastanza eclatanti sono stati l’impiego di Santon e D’Ambrosio, o le dichiarazioni di Spalletti (da non prendere sul serio, ma da prendere sul serio) sulla possibilità di abbassare addirittura Nagatomo o Gagliardini in assenza di alternative.

In fin dei conti, i centrali buoni sono due: Miranda e Skriniar (acquisto più azzeccato degli ultimi anni). Ranocchia ce la mette tutta, ma anche lui ha spesso qualche acciacco, e poi fine. Ecco, non si può affrontare un campionato che si vuole concludere tra le prime quattro senza avere una rosa abbastanza lunga – poi lasciamo ad un altro momento la questione vice-Icardi, nonostante sia anche più grave, in realtà.

L’importanza di essere argentino, all’Inter

Lisandro Lopez, ripetiamolo, è un classe ’89, arriva (o dovrebbe) dal Benfica, massima divisione portoghese, in cui ha collezionato in questa stagione 4 presenze, due da subentrato. Diciamo che i presupposti non sono i migliori, nonostante sia chiaramente un giocatore in cerca di riscatto e con discrete potenzialità. Una buona riserva, ecco. E chissà che non possa anche essere una rivelazione. Sperare non costa nulla, anche perché l’Inter con gli argentini ha un rapporto particolare: l’Argentina è la nazione che ha fornito più calciatori stranieri all’Inter, e tra questi in tanti sono rimasti impressi nei cuori Nerazzurri.

Essere un argentino all’Inter è importante, è una caratteristica che crea parecchie aspettative nei tifosi, ma anche qualcosa che, quando sembra non contare, poi può trasformarsi in una bella sorpresa. Alvarez, Zarate, Ansaldi, Banega, Osvaldo, giusto per citare alcuni dei più recenti argentini che non hanno proprio impressionato, per non dire che sono stati dei pacchi di varia entità; ci si aspettava tanto, hanno dato poco. Se invece vogliamo citare qualcuno che è arrivato a testa bassa, senza essere nessuno, e si è preso la squadra intera, non credo a qualcuno possa venire in mente un nome differente da Javier Zanetti. Poi gli altri, abbastanza recenti, che il cuore ce lo hanno scaldato, sono tanti: da The Wall Samuel al Cuchu Cambiasso, dal Jardinero Cruz al Trenza Palacio, dal Principe Milito all’ultimo, attualmente il più importante: Icardi.

L’ultimo, salvo colpi di scena, sarà tra pochi giorni Lisandro Lopez. Tra la speranza che sia un giocatore che arriva in punta di piedi e si prende una maglia da titolare (Miranda è ok, ma ogni tanto ha dei momenti di totale blackout), e la paura che sia l’ennesimo giocatore in cerca di riscatto ma che di riscattarsi non vuole saperne. L’ennesimo giocatore non da Inter.

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TomTom Touch: la recensione del bracciale intelligente

TomTom Touch: alla scoperta della smartband

Nel corso delle ultime settimane ho avuto modo di provare, per recensirlo, il bracciale intelligente TomTom Touch. Si tratta di una smartband economica con tasto touch (il nome non lascia spazio ad ambiguità), compatibile e collegabile con smartphone dotati di sistema operativo Android e iOS, sui quali è possibile utilizzare l’apposita applicazione TomTom Sports. Andiamo quindi alla scoperta dei vari elementi e delle caratteristiche di TomTom Touch, dei suoi punti forti e di ciò che, invece, l’azienda potrebbe migliorare sui prossimi bracciali intelligenti.

Packaging

Partiamo dalla confezione del dispositivo, che è gradevole ed essenziale. Aprendola troveremo dentro il bracciale in silicone, il cavo microUSB per la ricarica, che è abbastanza corto a dire il vero, e il manuale di avvio rapido. Personalmente avrei usato dei colori più accattivanti nella confezione, anche il nero magari, riunciando a mostrare il prodotto con la plastica trasparente.

Voto: 6.5.

Design e utilizzabilità

Come Visibile dalle immagini in precedenza, il dispositivo è in realtà scomponibile, per esempio per cambiare il bracciale in silicone con uno di un altro colore, e soprattutto per ricaricare TomTom Touch, visto che la porta microUSB rimane nascosta dal bracciale stesso. Al polso, TomTom Touch è abbastanza comodo, il cinturino in silicone si adatta molto bene e non risulta fastidioso, per esempio, mentre ci si veste. Difficilmente si slaccia grazie alla chiusura con due bottoni. Una piccola pecca che ho notato è un leggero attrito con la pelle e conseguente prurito a polso umido, dopo aver lavato i piatti, appena uscito dalla doccia, dopo aver lavato le mani. A tal proposito diciamo che resiste all’acqua in immersione temporanea sino a 1 metro di profondità e per un massimo di 30 minuti, con certificazione IPX7.

Risulta sobrio ed elegante sia con abbigliamento sportivo che più elegante.

Voto: 7.5.

Display

Il display è monocromatico e molto compatto, con risoluzione 128 x 32 pixel. La visualizzazione dello stesso è ottima in qualsiasi condizione di luminosità ambientale, e, come dice il nome stesso, il pannello di TomTom Touch è touchscreen. Può essere riattivato, quando in standby, con la rotazione del polso in senso orario (se indossato al polso sx) o antiorario (se indossato al polso dx), ma purtroppo questa funzionalità è poco funzionante, il giroscopio del dispositivo spesso non riconosce il movimento.

È sufficiente altrimenti utilizzare l’unico tasto presente per “svegliarlo” ed accedere alle varie funzionalità scorrendo verso l’alto o il basso e utilizzando ancora lo stesso tasto scavato nella parte inferiore del dispositivo.

Una importante pecca del dispositivo è la bassa resistenza alle abrasioni. Mi è bastato mettere le mani in tasca con le chiavi di casa dentro per graffiare il display. La resistenza ai graffi dello stesso va, quindi, migliorata, nonostante con un po’ di attenzione questo sia tutto sommato abbastanza solido.

Voto: 6.

Hardware

L’hardware di TomTom Touch è molto semplice, per quello che riguarda le funzionalità utente: cardiofrequenzimetro nella parte inferiore, per la rilevazione e misurazione del battito cardiaco. Presente anche il modulo Bluetooth per il collegamento allo smartphone in modo da sincronizzare i dati raccolti. Essenziale ma efficace e ben funzionante.

Voto: 7.5.

tomtom touch
Fonte immagine: Andrea Careddu

Software

Anche il software è molto semplice ma funzionale. La schermata “home” predefinita è composta da orario e nella parte superiore da un lunotto che facilita il controllo dell’attività svolta in rapporto agli obiettivi stabiliti. Premendo sul tasto in basso a questo lunotto si sostituiscono livello della batteria, data, stato della connessione con lo smartphone. Quando bracciale e smartphone sono connessi via Bluetooth, è possibile ricevere notifiche al polso dallo stesso, relative però purtroppo solo a SMS e chiamate in entrata.

Scorrendo verso l’alto troviamo l’accesso al monitoraggio del proprio battito cardiaco, e, ancora più in alto, l’opzione per attivare il monitoraggio dell’attività fisica (che comunque viene effettuato automaticamente anche in background). Se ci muoviamo verso il basso invece sono presenti numero di passi effettuati durante la giornata, calorie bruciate, distanza percorsa, tempo di attività, ore di sonno (la cui rilevazione avviene in automatico basandosi su frequenza cardiaca e movimento, sensibile anche ai risvegli di pochi minuti durante la notte).

Tanti altri dati sono accessibili dall’app per smartphone TomTom Sports (QUI per iOS e QUI per Android) o dal software per computer Windows e Mac. I dati sono molto completi anche se non troppo approfonditi, ma si può porre rimedio a tale limite dando accesso ai dati stessi ad app di terze parti, come nel mio caso Salute di iOS o MyFitnessPal. È possibile stabilire obiettivi come il raggiungimento di un peso ideale o di un tempo di attività giornaliero, e monitorare i progressi effettuati con le applicazioni appena citate. Peccato manchi un sistema di incitamento per gli obiettivi stessi, oltre alla visualizzazione di un badge sul bracciale quando l’obiettivo giornaliero viene raggiunto

Voto: 7.5.

tomtom touch
Fonte immagine: Andrea Careddu

Batteria

La batteria è uno dei punti forti di TomTom Touch. Il bracciale intelligente è infatti dotato di una importante autonomia. La ricarica avviene dalla porta microUSB in foto, collegando a computer o alimentatore a muro, e in poco più di un’ora la ricarica è completa. La ricarica completa dura circa 4 giorni, e varia leggermente a seconda dell’intensità d’utilizzo del dispositivo stesso.

Voto: 8.

tomtom touch
Fonte immagine: Andrea Careddu

Prezzo

Il costo ufficiale di TomTom Touch sullo store dell’azienda è di 89.95 euro, mentre su Amazon si può trovare ad una ventina di euro in meno, 69.98 euro. A questa cifra, pur essendo un dispositivo molto basilare, può essere un buon acquisto.

Voto: 7.5.

Conclusioni

Sicuramente TomTom Touch potrebbe essere migliorato sotto diversi punti di vista. Dal dettaglio dei dati sull’attività fisica alle notifiche da app di terze parti sullo smartphone, sino alla resistenza ai graffi dello schermo. Oltre queste lacune però si tratta tutto sommato, secondo me, di un dispositivo di fascia bassa che può essere ottimo come primo approccio al mondo dei bracciali intelligenti, visto il prezzo abbastanza accessibile e le feature di base ma dalla grande utilità per un utente non eccessivamente esigente. Da tenere sicuramente in considerazione come prima smartband.

Voto globale: 7

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Telegram 4.4: condivisione live della posizione e media player

È arrivato Telegram 4.4. Un nuovo aggiornamento è stato rilasciato nelle scorse ore per l’applicazione di messaggistica istantanea, che ha portato diverse interessanti – e anche utili – novità. L’app è utilizzata in Italia da diversi milioni di utenti, che da oggi potranno sfruttare alcune funzionalità come la condivisione della posizione in tempo reale. Questa è una delle feature che rendono, sotto diversi punti di vista, l’applicazione preferita da molti anche a servizi di portata estremamente superiore come WhatsApp (tratterò nei prossimi giorni in un post dedicato quale sia la migliore app di messaggistica istantanea tra le due).

Telegram 4.4: Live Location

Come riportato sul blog ufficiale Telegram, la Live Location consiste nella possibilità di condividere (con una o più persone, quindi in chat singole o gruppi) la propria posizione in tempo reale anziché staticamente – è quindi possibile visualizzare il movimento nella mappa anziché inviare solo la propria posizione momentanea. La funzionalità consiste nella possibilità di condividere la propria posizione per diversi periodi di tempo: 15 minuti, 1 ora o 8 ore. Per accedere alla funzionalità è sufficiente selezionare tra gli allegati che si possono inviare l’opzione “Posizione” e poi scegliere “Condividi posizione in diretta”, selezionando poi la durata desiderata per la condivisione stessa.

La cosa interessante è che se, condividendo la propria posizione nei gruppi, più utenti effettuano questa azione, si otterrà una mappa interattiva che mostra la posizione di tutti gli utenti. In alto alla conversazione una barra ricorda all’utente con chi sta condividendo la propria posizione. È possibile interrompere la condivisione con pochi passaggi.

Nuovo Media Player

L’altra grande novità della versione Telegram 4.4 è nella riproduzione di contenuti audio. Lo scopo è quello di rendere più semplice l’accesso e la riproduzione in sottofondo di audio e file MP3 inviati tramite la piattaforma. È possibile accedere alla copertina del file premendo sulla sua icona nella parte alta della schermata.

Nuove lingue e amministratori di gruppi

Da oggi Telegram è disponibile in diverse nuove lingue: francese, indonesiano, malay, russo e ucraino. E altre arriveranno presto. Infine, è stata introdotta una nuova funzionalità all’interno dei gruppi: quando a scrivere un messaggio sarà un amministratore del gruppo stesso verrà visualizzato un badge apposito distintivo.

microsoft windows phone

Windows Phone è morto e Microsoft, finalmente, lo ammette

Ok, Windows Mobile (che sia Windows Phone o Windows 10 Mobile) è ancora supportato. Ok, ancora si vocifera dell’arrivo di un misterioso Microsoft Surface Phone. Di fatto, però, il sistema operativo mobile Microsoft è morto, ed è morto già da tempo. Sino ad oggi però ci sono state solo azioni, non c’è mai stata un’ammissione – come riportato da Mashable – da parte dell’azienda in merito alla situazione. Già, sino ad oggi. Finalmente, infatti, Joe Belfiore (via Twitter) ha rilasciato alcune dichiarazioni che chiaramente fa capire cosa ne sarà del comparto mobile (sia hardware che software) di Microsoft. Che si voglia chiamare Windows Phone, Windows Mobile, la sostanza non cambia.

Il dirigente Microsoft, che attualmente occupa il ruolo di vice president of operating systems, è stato interrogato da un utente con una semplice domanda: è tempo di lasciare la piattaforma Windows Mobile?

Il focus Microsoft non è su nuove feaure/hardware per il mobile

Non ci sono stati grandi giri di parole o risposte fuorvianti, se non un iniziale “dipende”. Dipende da chi sei, in quanto molte aziende ancora utilizzano Windows Mobile, e il supporto a queste continuerà. In seguito però Belfiore ha aggiunto che, certamente alla piattaforma verrà garantito supporto con correzione bug e aggiornamenti di sicurezza, ma il focus non è sullo sviluppo di nuove funzionalità o dispositivi. E questo è quanto, questo è ciò che in tanti, tra gli utenti, volevano sentire ufficialmente. Belfiore ha ricordato che lui stesso ha abbandonato Windows Phone ed è ora utente mobile di un’altra piattaforma (iPhone, vedi Cult Of Mac), la stessa situazione in cui molti utenti desktop Windows, verosimilmente, si trovano.

Belfiore ha poi proseguito affermando come l’azienda abbia compiuto importanti sforzi per spingere la crescita di Windows Mobile, tra cui pagare sviluppatori per creare app destinate alla piattaforma stessa, ma il volume di utenza si è rivelato spesso troppo basso per spingere le aziende ad investire. Un utente ha sottolineato la possibilità sia quella per cui chi passa a iOS o Android non abbia potenzialmente, cambiando ecosistema, più bisogno di Microsoft:

E ancora, Belfiore ha risposto con grande semplicità e chiarezza, ricordando a @ingo come siano tantissimi gli utenti che mixano dispositivi e piattaforme per creare un ecosistema ibrido. iPhone e PC Windows, o Mac e smartphone/tablet Android. Le combinazioni possibili sono tante e tutte differenti. La differenziazione e la varietà sono ciò che spinge Microsoft a non perdere la fiducia in Windows pur ammettendo la sconfitta nel settore mobile.